SICILIA

E’ da tanto tempo che gli avi di Clyde Chabot hanno lasciato la Sicilia per raggiungere la Francia, passando dalla Tunisia. L’autrice-regista ricompone i pezzi di un puzzle che solo la sua memoria può riuscire a completare. I nomi Agrigento, Palermo o ancora Messina, costituiscono degli stimoli piccanti in questa prospettiva. Il pezzo di formaggio italiano o il lenzuolo ricamato a mano… strani  oggetti-“souvenir” famigliari che Clyde Chabot condivide a tavola con lo spettatore. 

Questo spettacolo investiga anche l’immigrazione, intimamente e collettivamente, ieri ed oggi. Invita a passare dalla questione dell’identità nazionale all’intimità della migrazione individuale e di quello che forse rimane oggi attraverso le generazioni. 

INTERVENANTS

Testo e interpretazione  : Clyde Chabot

Scenographia : Stephane Orly

Traduzione : Camilla Brison

AGENDA

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Intraprendere il movimento inverso. Ricostruire. Riunire. Provare a.

Con delle briciole di memoria trasmesse. Poche cose.

Qual è questa cultura siciliana dissoltasi completamente in me, senza lasciare traccia? Che cosa la costituisce?

Intraprendere un viaggio non per scoprire territori sconosciuti ma per dare corpo e spazio a dei nomi di città sentiti fin dall’infanzia: Palermo, Messina, Agrigento. E quel nome di villaggio aggiunto da mia zia più tardi: Cugnio che sarebbe il villaggio natale di mio nonno.

            Nessun documento per verificarlo. L’incendio a casa della zia ha distrutto tutto. Tutte le tracce. A meno che un documento possa ancora essere ritrovato qua o là.

Si mescolano dei nomi di città confermati da dei membri della famiglia a degli altri che loro non riconoscono più o che io ho adottato.

RASSEGNA STAMPA

“Solcato da una delicata energia e ostinato stupore naviga fra ricordi e immagini. Echi di una vita perduta che galleggiano sulla palude della memoria.
Sulle tracce dei nonni, Chabot costruice una sorta di contracanto autobiografico. Che con sottigliezzia emotiva, sposta l’asse della personale ricerca genealogica sulla questiona politica dell’esilo.
Il racconto procede contrapuntatto da una cerimoniale struggente intimità. Uno svelamento di sé che fa del pudore la cifra narrativa, sospeso nell indeterminatezza di una fotografia ingiallita. “

Gabrielle Rizza – Il Manifesto Décembre 2018

Un’indagine seria, avvincente, meticolosamente documentata, portata in dote e in convivio da anelli tramandati, aspirapolveri, foto ingiallite, lesionate e restaurate e lenzuola ricamate con le iniziali, anche se per molti versi sconclusionata e sconclusionabile, che rende omaggio, e tanta tristezza, all’esodo forzoso che i siciliani hanno dovuto affrontare nel corso degli ultimi due secoli, strappando alla propria isola una moltitudine innumerevole di indigeni, che sono scappati e risorti altrove, cercando di far perdere le tracce delle proprie mittenze, soprattutto in relazione alle oggettive difficoltà incontrate nelle terre che li hanno, spesso malvolentieri, ospitati. È un invito indotto alla tolleranza, all’accoglienza delle quali facciamo bene ad armarci e una preghiera, noi che ora ospitiamo, a difendere, come se fossero nostre, le origini dei nostri nuovi vicini di casa.
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